Ogni parola che incontri nei calcolatori, con la spiegazione essenziale e il perché conta. Niente gergo, niente definizioni da manuale.
Il meccanismo per cui i rendimenti generano a loro volta altri rendimenti. Ogni anno non guadagni solo sul capitale versato, ma anche su tutti gli interessi accumulati fino a quel momento: per questo la curva della ricchezza non cresce in linea retta ma accelera. Più lungo è l’orizzonte, più la parte generata dagli interessi supera quella versata di tasca tua.
Total Expense Ratio: la percentuale che il fondo trattiene ogni anno sul controvalore, indipendentemente da come sono andati i mercati. Non la vedi addebitata perché viene sottratta direttamente dal valore della quota. Un indice globale sta intorno allo 0,10-0,20%, un fondo attivo può superare il 2%: su decenni la differenza vale decine di migliaia di euro.
Un’imposta italiana dello 0,2% annuo sul controvalore del deposito titoli. La paghi ogni anno anche se non vendi nulla e anche se il portafoglio è in perdita. Funziona come un costo fisso che si somma al TER, e su orizzonti lunghi incide più di quanto suggerisca la cifra.
La plusvalenza è il guadagno realizzato quando vendi: la differenza fra prezzo di vendita e prezzo di acquisto. In Italia sulla maggior parte degli strumenti finanziari si paga il 26%, solo sulla parte di guadagno e solo al momento della vendita. I titoli di Stato di paesi in white list hanno un’aliquota agevolata del 12,5%.
L’inflazione è la perdita di potere d’acquisto della moneta nel tempo. Il valore reale (o “in valore di oggi”) è una cifra futura riportata a quanto potrà comprare rispetto a oggi. È il numero onesto: 200.000 euro fra vent’anni con inflazione al 2% valgono come circa 135.000 di adesso.
Quello a cui rinunci scegliendo un’alternativa invece di un’altra. Se usi 50.000 euro come anticipo per una casa, il costo-opportunità è quanto avrebbero reso quei soldi restando investiti. È la voce che quasi tutti dimenticano nei confronti fra comprare e affittare, o fra pagare in contanti e finanziare.
La percentuale del reddito netto che non spendi. È la metrica più importante della finanza personale perché agisce due volte: più risparmi, più in fretta accumuli, e insieme meno ti serve per vivere, quindi il traguardo si abbassa. A differenza del rendimento, dipende da te.
Una riserva liquida che serve a comprare tempo quando succede qualcosa: un lavoro che salta, una spesa medica, un’auto da riparare. Si misura in mesi di spese coperti, non in euro assoluti: la regola diffusa parla di 3-6 mesi. Va tenuto disponibile e non investito in strumenti volatili, perché serve proprio quando i mercati potrebbero essere in calo.
Financial Independence, Retire Early: il punto in cui gli investimenti coprono le spese e il lavoro diventa una scelta. Il numero FIRE è il capitale necessario, calcolato dividendo le spese annue per il tasso di prelievo: con il 4% corrisponde a circa 25 volte le spese di un anno.
La percentuale del capitale che prelevi ogni anno una volta smesso di lavorare. La regola del 4% nasce da studi storici su portafogli americani e non è una garanzia: un tasso più basso rende il piano più robusto, uno più alto lo accorcia. È il parametro che determina il numero FIRE.
Il pericolo che i mercati vadano male proprio nei primi anni in cui hai iniziato a prelevare. Con la stessa media di lungo periodo, l’ordine degli anni cambia il risultato: un crollo iniziale intacca il capitale quando è più fragile e può impedirne il recupero. È il motivo per cui una simulazione Monte Carlo dice più di un rendimento medio.
Invece di un solo futuro con rendimento medio fisso, genera migliaia di scenari in cui ogni anno il mercato sale o scende a caso, secondo il rendimento atteso e la volatilità. Il risultato non è un sì o un no, ma una probabilità di successo: in quanti scenari, su cento, il piano regge.
Quanto oscillano i rendimenti da un anno all’altro. Come riferimento storico, un portafoglio interamente azionario globale sta intorno al 15-18%, un 60/40 sul 10-12%, uno prevalentemente obbligazionario sotto il 6%. Più volatilità significa rendimento atteso più alto ma esiti più dispersi.
PIC è investire una somma tutta in una volta, PAC investirla poco alla volta. Il confronto ha senso solo per denaro che hai già disponibile: investire lo stipendio man mano che arriva non è un PAC subottimale, è semplicemente investire quello che hai. Storicamente il PIC vince circa due volte su tre, ma il PAC riduce il rischio di entrare male.
Riportare il portafoglio alle proporzioni scelte quando l’asset cresciuto di più le ha spostate. Non serve a guadagnare di più, anzi tende a ridurre leggermente il rendimento, perché taglia ciò che sta rendendo meglio, ma a tenere il rischio dove l’avevi deciso.
La percentuale dell’ultimo stipendio che la pensione va a rimpiazzare. Se guadagni 30.000 euro e prendi 18.000 di pensione, il tasso è il 60%. È la misura usata nei confronti internazionali fra sistemi previdenziali ed è il modo più rapido per farsi un’idea di quanto arriverà da solo.
Il salvadanaio virtuale dei contributi versati durante tutta la carriera, rivalutato di anno in anno. In Italia la rivalutazione segue la crescita del PIL nominale, che al netto dell’inflazione è stata storicamente vicina allo zero. Al pensionamento il montante viene trasformato in rendita annua.
La percentuale del montante che ti viene pagata ogni anno come pensione. Dipende dall’età a cui esci: più tardi vai in pensione, più alto è il coefficiente, perché la rendita dovrà durare meno anni. In Italia si aggira intorno al 4,6% a 60 anni e al 6,2% a 70, e viene rivisto periodicamente.
Il TAN è il tasso di interesse puro applicato al prestito. Il TAEG comprende anche le spese obbligatorie (istruttoria, incasso rata, assicurazioni richieste) e rappresenta quindi il costo reale del finanziamento. Per confrontare due offerte si guarda il TAEG, che è sempre più alto del TAN.
Il piano con cui la rata si divide fra interessi e restituzione del debito. All’inizio la quota di interessi è altissima e quella di capitale minima: per questo nei primi anni il debito scende lentamente e chi rivende presto scopre di possedere molto meno di quanto pensasse.
Trattamento di fine rapporto: ogni anno il datore accantona circa il 6,91% dello stipendio lordo. Lasciato in azienda si rivaluta dell’1,5% più il 75% dell’inflazione e viene tassato con l’aliquota media IRPEF; conferito a un fondo pensione rende come il comparto scelto e la tassazione finale scende dal 15% al 9% con gli anni di adesione.